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Inneres Auge ed altre…sparse…riflessioni notturne

Nov 2009
21

Franco Battiato - Inneres Auge

La politica si nutre dei soldi dei cittadini. E questo sarebbe il male minore, perché, oltre ai soldi, ci ruba anche i sogni.

“L’ultima canzone di Battiato

INNERES AUGE

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando – o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti – precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina – Uno dice che male c’è a organizzare feste private – con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato? – Non ci siamo capiti – e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti? – Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro? – La Giustizia non è altro che una pubblica merce… – di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori – se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente – La linea orizzontale ci spinge verso la materia, – quella verticale verso lo spirito – Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore – che con il tempo e ci vuole pazienza, – si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge – La linea orizzontale ci spinge verso la materia, – quella verticale verso lo spirito – Ma quando ritorno in me, sulla mia via, – a leggere e studiare, -ascoltando i grandi del passato… – mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!”

…Un lampo d’arte,

poesia, musica, filosofia

che scuote l’ anima,

dal torpore e dalla banalità dei nostri tempi!

Grazie ancora una volta al M° Battiato…

…ascolto Battiato da quando avevo 15 anni, ora ne ho 36 e non mi ha mai deluso. Non ha mai fatto finta di non vedere cio’ che accade nel paese, non si è mai tirato indietro a cantarne i dolori ed i problemi, nonostante la sua musica non fosse esattamente “di protesta” o a “sfondo sociale”. Sento la nostalgia di una perduta imperturbabile bellezza, che ci attende al di là delle nostre miserie, dei nostri governi, dei beni, dei consumi…

Signori, questa crisi è culturale oltre che economica, non sappiamo più chi siamo, il paese dell’arte non riconosce più se stesso, non riconosce il valore spirituale delle opere d’arte che ha prodotto e che produce. Solo riconoscendo la nostra eterna bellezza perfino nella sua decadenza, come valore fondante del nostro paese, possiamo davvero rovesciare le sorti del nostro paese!!!

Grazie Maestro!…

…Hyppolite Simon, arcivescovo, ricercando le «radici intellettuali della crisi», attribuisce il fallimento del liberismo – e già che c’è mette il comunismo nello stesso sacco – alla sottovalutazione del bisogno umano di credere. La fede nel mercato ha sostituito la fede in dio, «la critica unilaterale della religione ha accecato molta gente […] la vera fede, quand’è cosciente, è il migliore antidoto di questa credenza surrettizia». Come dire che il dio denaro ha preso il posto del dio negato dai razionalisti. Prosegue l’arcivescovo: «I sistemi costruiti solo sulle idee (…) dimenticano che l’essere umano e dunque anche le società umane sono in realtà dei misteri».

Il mistero del denaro non è però più tale. Marx, invece di associarsi all’indignazione di tanti moralisti, ha spiegato perché gli uomini adorino il denaro e ne siano schiavi. Il denaro è l’unico mezzo che oggi ha l’individuo per entrare in relazione con il lavoro sociale e, allo stesso tempo, è lo schermo che gliene nasconde la comprensione. Nel denaro, nelle cose che per suo tramite si ottengono, l’uomo adora, senza riconoscerle, le immense potenzialità del lavoro sociale.

Per emancipare l’umanità da questa schiavitù, le prediche delle tonache valgono quanto i tentativi dei politici di limitare i megabonus dei finanzieri:: poco più di nulla. Occorre una società che rimetta nelle mani degli uomini il controllo del lavoro sociale che oggi è affidato al profitto. La “natura umana”, se bisogna scomodarla, consiste nella capacità e nella necessità di lavorare in società, e il comunismo è l’unica forma sociale che vi corrisponde pienamente…

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Venti anni dalla morte di Leonardo Sciascia, lucido veggente dell’Italia del malaffare

Nov 2009
21

sciascia

Nato a Racalmuto (Ag) nel 1921, Leonardo Sciascia sferzò la cultura e la politica italiana negli ultimi venti anni della sua vita, scoprendo il velo di occulte forze criminali, vero e ineliminabile motore della storia italiana

Il 20 novembre del 1989 moriva a Palermo Leonardo Sciascia, insieme a Pier Paolo Pasolini, uno degli scrittori più importanti del Novecento, lucido analista dei mali italiani. Era malato da circa quattro anni ed aveva affrontato il decadimento fisico con una serenità eroica, mai smettendo di scrivere e mai smettendo di riflettere sul destino degli uomini. Era nato a Racalmuto (Agrigento) l’8 gennaio del 1921.

La sua esperienza letteraria è fondamentale per comprendere non solo la storia di questo Paese ma, soprattutto, il ruolo dello scrittore e dell’intellettuale nella democrazia contemporanea. I suoi esordi artistici lo testimoniano. Nella “Parrocchie di Regalpetra” (1956) egli racconta della povertà siciliana, che in quel momento gli ispira un sentimento pessimistico – mai abbandonato, per la verità – sulle sorti della Sicilia. Protagonisti sono quei “figli delle zolfatare”, seminudi e sporchi, che frequentano la scuola elementare dove lui insegna con la consapevolezza di un destino immutabile. Così li descrive, ricordando gli anni della sua infanzia: «Ho cominciato ad andare a scuola verso i sei anni, con i figli dei contadini e degli zolfatari, ma io, figlio di un impiegato, ero vestito in maniera diversa, portavo scarpe perfino d’estate. I miei compagni andavano scalzi, erano letteralmente annegati nei vestiti dei loro padri o fratelli maggiori».

La povertà come uno degli elementi della dominazione sociale. È la riflessione che sosterrà l’intera opera sciasciana, accanto all’altro elemento, forse ancora più centrale: l’inquisizione.

sciascia borsellino

Gli inquisitori e gli eretici

La società siciliana dove cresce il giovane Sciascia è intrisa di povertà tanto quanto di malaffare. Ma l’uno e l’altro sono le due facce della stessa medaglia. È proprio attraverso la povertà e l’ignoranza che la mafia può sviluppare il suo apparato di dominio ed affermarsi come “auctoritas”, in totale assenza di uno Stato. Il mancato sviluppo è conseguenza dell’intolleranza religiosa, il cui tema attraversa la riflessione di Sciascia come una spada nel corpo fisico.

Egli, in effetti, elabora il divenire della storia italiana alla luce del rapporto “Inquisitori-eretici”, di cui vede evidenti tracce non soltanto nelle azioni dei suoi personaggi-metafora, ma anche nella cronaca, come dimostrano i tragici casi, fra gli altri, di Enzo Tortora e di Aldo Moro.

Il punto di inizio di questa riflessione è senza dubbio in un’opera oggi poco letta e forse troppo emarginata dalla sua bibliografia: “Morte dell’inquisitore” (1964), nella quale, inaugurando il suo metodo investigativo, che contrassegnerà molte delle sue fatiche letterarie fino alla morte (si pensi, fra gli altri, al magnifico “La scomparsa di Majorana”, 1975, dedicata alla misteriosa sparizione del più grande fisico nucleare italiano), egli racconta del supplizio e della condanna di un eretico racalmutese, Diego La Matina, condannato a morte perché non vuole abiurare dalla sua “verità”. Sciascia, significativamente, precisa che «tutto è legato, per me, al problema della giustizia, in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto fra uomo e uomo».

Il punto centrale, però, è che il racalmutese scorge una linea di continuità fra l’inquisizione storica e le vicende a lui contemporanee. Molti dei protagonisti dei suoi romanzi (ad esempio, il professor Laurana di “A ciascuno il suo”, 1966, il capitano Bellodi ne “Il giorno della civetta”, 1961, il commissario Rogas in “Il contesto”, 1971, il Vice in “Il cavaliere e la morte”, 1988) sono in effetti “eretici” indirizzati verso il rogo da un sistema che riproduce fedelmente, anche se in modi trasfigurati, la necessità dell’autodafè.

sciascia picasso

Sciascia politico

Lo scrittore siciliano è stato, in effetti, un testimone politico, molto più di altri suoi contemporanei come il già citato Pasolini, o Alberto Moravia, Italo Calvino e perfino di uno scrittore che si impegnò in prima persona nell’agone come Paolo Volponi. Negli ultimi venti anni della sua vita, sia con i romanzi, sia con saggi e interventi giornalistici, Sciascia sferza, incide, seziona i principali temi politici sul tappeto, scorgendo nella società italiana un corpo mummificato dagli interessi corporati e paramafiosi. La sua sostanziale lontananza dal marxismo e pur tuttavia il suo appartenere ad una sinistra razionalista e neo-illuminista (forse coincidente con il partito radicale o con il vecchio azionismo), lo mettono contro tutti. Quando pubblica “Candido, un sogno fatto in Sicilia”, 1987, nel quale il protagonista, iscritto al Pci, scopre suo malgrado la sostanziale contiguità dei militanti con il malaffare, la polemica con il partito (per il quale era stato consigliere comunale a Palermo) diventa aspra e irrimediabile. Giancarlo Pajetta lo accusa apertamente di essere passato armi e bagagli alla reazione. Per altri motivi (legati al sequestro Moro), finirà per essere querelato perfino da Enrico Berlinguer e rompere così una solida amicizia, quella con Renato Guttuso.

Naturalmente, lo scrittore siciliano aveva visto giusto, perché era il sistema politico nel suo complesso ad essere malato, anche se, soprattutto in Sicilia, i comunisti e i sindacalisti della Cgil erano stati gli unici ad opporsi anche fisicamente alla dominazione mafiosa (cosa che lo stesso Sciascia riconosceva senza ombra di dubbio), ma ciò non aveva impedito del tutto che taluni settori del partito fossero con un piede dentro la “zona grigia”, quella delle influenze mafiose (come denuncerà, a pochi mesi dal suo tragico martirio, lo stesso Pio La Torre).

Il veggente

Pasolini sosteneva che lo scrittore può denunciare le cose perché intuisce la verità, la malvagità umana essendo colpa percepibile anche al di fuori delle aule giudiziarie e degli inghippi avvocateschi. Sciascia ripercorre, in modo molto simile, il viatico del poeta friulano. Fino alla sua morte, i suoi interventi giornalistici, le sue interviste e dichiarazioni, sconquassano la società intellettuale e politica, creandogli nemici e accusatori. Significativa, la polemica sui “professionisti dell’antimafia”, scoppiata perché Sciascia aveva accusato sul “Corriere della Sera” Paolo Borsellino di essere stato nominato procuratore a Marsala per i suoi meriti di giudice “antimafia” eludendo le norme che imponevano le promozioni per anzianità. Si tratta dell’unica nota stonata della sua vita o, forse, come asserisce John Dickie nella sua “Storia della Mafia”, della significativa impossibilità, per un siciliano, di scorgere i reali termini del problema “Cosa Nostra”, perché ancestralmente intrisi nella cultura isolana.

Certo è che Sciascia anticipò la visione del degrado progressivo di questo Paese, di cui la Sicilia è una perfetta metafora, la ineluttabile caduta nei gorghi della criminalità istituzionalizzata (di cui disegna, quasi come in trance, una perfetta e lucida visione in “Todo modo”, 1974), promossa dal partito cattolico (la Democrazia Cristiana, di cui fu sempre un meritorio e acerrimo avversario), e, potremmo aggiungere, la discesa agli inferi attuali, al caos berlusconiano delle compravendite e della definitiva e forse irrimediabile implosione etica della società italiana.

dazebao.org


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La cultura del timore

Nov 2009
21

clandestini sfruttati

Nell’Oregon, Stato federale degli Stati Uniti d’America, c’è un intenso commercio di esseri umani. Gli esperti dicono che proprio nella contea di Coos potrebbe partire un focolaio di traffici umani. “Sta accadendo tutto ciò, ma la gente non realizza” afferma Killmer, un volontario per i diritti umani. La contea di Coos, dove su una superficie di 4.678 km² abitano circa 62.779 persone, sono tantissimi i giovani senza fissa dimora. Gli infanti e adolescenti sono vulnerabili. Quindi, facilmente reclutabili da organizzazioni criminali.

Le autorità hanno dato ordini alla polizia locale su come riconoscere e aiutare le vittime del traffico umano. “Stiamo parlando di schiavitù. La gente è costretta a lavorare ore ed ore contro la loro volontà. Non sono neanche pagati. Vivono in condizioni orribili e le loro famiglie sono continuamente minacciate” spiega Killmer ai giornali locali.

Sono giovani continuamente sfruttati e sfruttabili a causa del loro status di clandestinità. Vivono di manodopera, droga, traffico del sesso e prostituzione. Ma svolgono anche, contro la loro volontà, attività come ‘dancing esotico’, lavorano in aziende agricole, ristoranti, accudiscono gli anziani o fanno pulizie nelle abitazioni. Molto di frequente, questi ragazzi e ragazze girano in tutto il mondo cercando profitti. Killmer racconta che una ragazza gli aveva confessato che “era obbligata ad andare in un’altra regione per trattare con una nuova clientela.”

I rapitori convincono le vittime a rimanere, con la violenza fisica e psicologica. Ma anche con le promesse di un futuro migliore. Le vittime, spesso sono isolate attraverso la lingua e le barriere culturali, in quanto straniere. La cultura del timore mantiene le vittime agganciate ai loro sequestratori. Sono gli schiavi contemporanei. Senza diritti, con l’etichetta dispregiativa di clandestino appioppata loro dal potere.

In tutto il mondo i ragazzi clandestini sfruttati dai profittatori sono 800mila. Negli Stati Uniti sono 17.500, secondo i dati ufficiali. A parer mio, è impossibile dare cifre al numero di ragazzi clandestini sfruttati. Il dato evidente è che la criminalità, numerose imprese e organizzazioni, hanno una vasta clientela di uomini ‘benpensanti’, che vivono in Occidente, in mezzo a noi. E che vivono una ‘normalità’ quotidiana. Sono loro che si adoperano ad accrescere questo triste mercato fatto di sfruttamento e miseria. Ma sono anche le leggi, che rendono le persone vulnerabili sempre più fragili. Impotenti.

http://periodicoitaliano.info/2009/11/21/la-cultura-del-timore/

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I media coltivano dentro di noi il panico

Nov 2009
21

tv amogenea

Prima di leggere l’articolo vero e proprio voglio parlarvi di una teoria mass-mediologica (quindi sociologica): la teoria della coltivazione.E’ una teoria degli effetti cumulativi dei mass mediache studia le conseguenze della televisione sulla popolazione.

Venne sviluppata negli anni 70 daGeorge Gerbner, decano della Scuola di comunicazione Annenberg presso l’Università della Pennsylvania. Gerbner svolse tra gli anni ‘60 e ‘70 vari studi sugli effetti della televisione sulla popolazione negli Stati Uniti e giunse alla conclusione che la televisione produce un effetto di cumulazione che porta lo spettatore a vivere in un mondo che somiglia a quello mostrato dal teleschermo. La tesi fondamentale della teoria attribuisce al mezzo televisivo la capacità di fornire allo spettatore (per questo si parla di coltivazione) una visione del mondo comune e condivisa, operando in tal senso nella direzione di una unificazione della realtà. Con la massiccia presenza in tutto il mondo di un palinsesto televisivo globalizzato, la teoria della coltivazione indica nella televisione uno strumento di omogeneizzazione culturale a livello mondiale, in cui i messaggi televisivi formano un sistema coerente che crea la corrente del nostro modo di pensare.

Vi starete sicuramente chiedendo il perchè di questa interessante digressione. Il perchè è molto semplice. E’ stato chiaramente dimostrato che i messaggi televisivi influenzano le nostre scelte. I mass media ultimamente lo stanno facendo benissimo. Più volte al giorno ci bombardano con messaggi più o meno simili e ripetitivi. E spesso non solo fastidiosi, ma soprattutto allarmistici.

Il caso è quello dell’influenza A. Si è detto di tutto su questa influenza che non capiamo ancora bene cos’è. Vaccinatevi è la parolina magica che riecheggia in tv. Ma penso che gli italiani sono intelligenti da capire se farlo o meno. Anche se, a mio modestissimo parere,non serve il vaccino. Infatti, se vi andate a cercare le notizie in rete, scoprirete tante cosette interessanti. Come ad esempio il fatto che nel 1976 negli USA fu prodotto un vaccino simile a quello dell’attuale influenza suina, anche allora con una gran fretta per un pericolo di pandemia, ed il risultato fu un’epidemia di reazioni avverse gravi (sindrome di Guillan-Barrè, una malattia neurologica), per cui la campagna di vaccinazione fu subito sospesa.

Se vi andate a cercare le notizie scoprirete anche che l’influenza A provoca pochi decessi tra i giovani e la mortalità riguarda prevalentemente persone con già patologie più o meno gravi o soggetti deabilitati.

Eppure i mezzi di informazione hanno creato il panico. Di certo se i media non continuassero a disseminare panico parlando di persone morte a causa dell’influenza A, forse si respirerebbe una maggiore tranquillità.

Coltivano in noi (riprendendo la tesi di Gerbner) il messaggio di vaccinarci, quando poi non è così urgentemente necessario


Fonte: http://andreainforma.blogspot.com/2009/11/i-media-coltivano-dentro-di-noi-il.html

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